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L’apocalisse nella Sicilia sconosciuta, a due passi dal “Ponte” e da Taormina, la perla del Mediterraneo
Più che città sono presepi viventi, case che si arrampicano su un costone di montagna, che si sostengono l’una con l’altra ed appena la prima scende giù, le altre arrivano subito dopo come nel domino. E quando arriva un temporale, la montagna comincia a muoversi, l’acqua che scende a valle si trasforma in fango e arriva come una fionda, abbattendo tutto.
E’ stato così a Sarno e, in qualche misura, in quel quadrilatero che guarda lo Ionio, fra Catania e Messina, a pochi chilometri dalla perla del Mediterraneo, Taormina. In altre parti del mondo, abituate a tifoni, tornado e fortunali apocalittici, sarebbero state quattro gocce d’acqua, qui in Sicilia, in mezzo al ben di Dio dell’Europa ricca e felice, provocano morte, desolazione e scoramento. Oltre che le solite prediche postume sulla imperizia, l’abusivismo, l’indifferenza, i ritardi. A Molina, Giampilieri ed altri due paesini non si può nemmeno arrivare con gli elicotteri. Le strade sono interrotte, il fango ha inghiottito tutto, manca l’acqua e l’energia elettrica e ai quattordici morti già annunciati, si aggiungeranno i dispersi. Un’apocalisse annunciata, gridano i sopravvissuti mentre liberano dal fango le loro case.
Ho appena ascoltato l’inviato di Sky giunto a Molina, Fulvio Viviano, che fa un resoconto agghiacciante di ciò che ha sotto gli occhi: sette metri di fango sono scesi dalla montagna e non c’è verso di andarci nemmeno con gli elicotteri. Ho sentito Guido Bertolaso, il capo della protezione civile, che spiega le difficoltà dei soccorsi e traccia un quadro, necessariamente approssimativo, delle cause del disastro. No, non è stato il temporale a provocare tutto questo, ma il dissesto idrogeologico, le case costruite in modo scriteriato. Cui bisogna aggiungere le omissioni delle autorità locali. Fra sanatorie e occhi chiusi, la Sicilia è annegata nel cemento.
Lacrime di coccodrillo, vanno ripetendo un po’ tutti. Appena due anni fa è capitata la stessa cosa negli stessi posti. Nessun danno alle persone, ma la colata di fango impressionò tutti. Poi non è accaduto niente. Non sono arrivati i soldi? Ci sono state altre priorità? E’ stato ignorato il pericolo? Perché avrebbero dovuto interessarsi di Molina? I siciliani non conoscono la sua esistenza. Non fa notizia. Come Sarno e tutti quei posti d’inferno che hanno inghiottito la povera gente e un grappolo di furbi convinti di stare facendo un affare mettendo su quattro mura sulla collina che scende a valle. Una ottantina di chilometri e siamo a Messina, la città dello Stretto. Se si vuole visibilità si deve annnunciare il Ponte e non un intervento di quattro soldi per salvare Molina e i paesini vicini. L’abusivismo, certo, come se fosse la conseguenza di un destino infame che si abbatte sulla testa degli innocenti. Non è affatto così. Chi costruisce nel posto sbagliato, ha potuto contare sulla “comprensione” di un sacco di gente. E’ vero, non è il momento di tirare fuori gli intrallazzi, le manfrine, le omissioni, la vigliaccheria, i cattivi amministratori.
E’ il momento di rimboccarsi le maniche, nella speranza che qualcosa cambi. Occorre salvare chi sta sotto la montagna di fango, portare medicine a chi ne ha bisogno, acqua e luce alla gente smarrita. Il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza. Una buona cosa, perché la Protezione civile può agire presto e con le risorse che servono. C’è tempo per punire. L’importante è non dimenticare. Almeno questa volta.

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