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Morire per Kabul
Di IT9UQI (del 18/09/2009 @ 23:56:02, in News Giornale , linkato 765 volte)

Morire per Kabul, il buonsenso del generale e le furbate degli statisti italiani

 
 

Saremo un popolo di santi e navigatori, ma di statisti nemmeno l’ombra. Riflettete sulle reazioni alla strage di italiani in Afghanistan. Le reazioni dei pezzi grossi, non degli uomini della strada. Se fosse stato chiesto a loro, gli uomini comuni, un parere, avrebbero mostrato più buonsenso.

La sinistra radicale, che non ha posto in parlamento, è andata in piazza per chiedere il ritorno delle truppe, né più né meno. 

 

Che ci stiamo a fare da quelle parti, sostengono, siamo un esercito invasore, noi siamo per la pace e così via. Opinioni affatto nuove, immodificabili, perché fanno parte del bagaglio culturale ed ideologico di questa parte politica del Paese. Ogni evento sta dentro la visione della società, della vita e dello Stato che l’ideologia pretende. Ogni volta si tratta di un’operazione di sistemazione dell'evento nella casella giusta, facile e immarcescibile.

 

L’opposizione che sta in Parlamento propone dei distinguo di non facile comprensione. I democratici ritengono che non si possa andare via e darla vinta ai terroristi, altrimenti ce li troviamo a casa, ma non si può fare finta di niente. Dobbiamo cambiare strategia, creare le condizioni perché ci sia una svolta.

Quale svolta? Militare o politica?

Ancora non è chiaro.

L'altra opposizione parlamentare, l’Italia dei Valori,  punta sul ritorno a casa e sulle difficoltà dei militari italiani. Vuole saper per chi e che cosa combattiamo. Se non l'ha capito finora, non lo capirà mai.

Difficoltà difficilmente superabili.

Il governo?

Il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, il primo a dire la sua, ha affermato chiaro e tondo che gli italiani rimarranno dove sono perché hanno una missione da compiere. nient'altro. Forse sarebbe stato necessario aggiungere qualcosa in più sulle modalità della permanenza.

Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha fatto sapere che torneranno a casa presto 500 soldati. Il Ministro Bossi ha detto che la missione internazionale in Afghanistan è un fallimento, ed è bene richiamare i nostri reparti in Italia, velocemente. Il Ministro degli Esteri, Frattini, ha illustrato più o meno gli stessi argomenti Presidente del Consiglio, rassicurando gli italiani sul ritorno a casa dei cinquecento militari.

Siccome i cinquecento soldati richiamati in patria sarebbero dovuti tornare comunque, perché erano stati mandati in Afghanistan per rafforzare i presidi di sicurezza nel periodo elettorale, l’annuncio del Presidente del Consiglio e del Ministro degli Esteri è solo una furbata all’italiana.

IL governo non affronta per niente la questione centrale, se sia possibile cambiare strategia, militare o politica, o tutte e due le cose insieme.

Bossi parla da capo di un partito che fa del cortile di casa il centro del mondo, tutto il restio non esiste. La Padania e basta. Che c’entrano i padani con gli afghani, i talebani, i terroristi.

Si scannino pure fra loro.

Il fatto è, come sanno gli spagnoli e gli americani, che i terroristi non si scannano solo tra loro, ammesso che questa considerazione sia sostenibile. Vanno in trasferta ad ammazzare gente, e consegnare loro l'Afghanistan, - uno stato, una nazione ed un popolo - significa mettersi dentro (anche nel cortile di casa) una bomba ad orologeria, farne una grande “pista” di lancio delle azioni terroristiche in tutte le parti del mondo.

La posizione del governo è controversa? Indubitabile.

La Russa è netto, si resta e basta; Bossi, altrettanto netto, si torna a casa. E in mezzo Berlusconi, che mira ad accontentare gli italiani preoccupati, spacciando il ritorn dei cinquecento soldati, come un passo verso il ritorno a casa di tutto il contingente.

La furbata, insomma.

Per sentire qualcosa di sensato, dunque, bisogna uscire dal seminato, o meglio, dalle istituzioni. Abbiamo ascoltato il Generale Mino, in radio. Ha sostenuto cose semplici: gli occidentali spendono un sacco di soldi per combattere - fucili, bombe, aerei - ma  concedono briciole alla ricostruzione del Paese, distrutto da decenni di guerra. C’è gente che muore di fame, che non ha l’acqua per lavarsi, né l’energia elettrica, né le strade e le fognature. E chi per sopravvivere coltiva le piante che servono a produrre le droghe. Un business enorme.

Gloi afghani hanno redditi miserabili,  ogni tanto sulla loro testa piovono bombe dal cielo, bombe che ammazzano quattro talebani ed un intero villaggio di uomini, donne e bambini che nulla hanno a che fare con la guerra.

Ricostruire il Paese, suggerisce il generale Mino: non solo infrastrutture, ma istituzioni, valori. Democrazia e parità di diritti, chiamando personalità afghane finora rimaste fuori dal potere, a rappresentare le istituzioni e a farle funzionare.

Mino ha le idee chiare, a differenza dei nostri statisti.

Vale la pena di morire per Kabul, a patto che Kabul sia civiltà, pace. E serva agli afgani,oltre che al resto del mondo.

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